giornate di solidarietà internazionale con i prigionieri rivoluzionari

Tipo appuntamento:

Data appuntamento: 
Venerdì, 23 Maggio, 2025 - 22:22

-------- Messaggio originale --------
Oggetto: Pisa 23/24 maggio giornate di solidarietà internazionale con i
prigionieri rivoluzionari
Data: 2025-05-19 18:39
Mittente: maretta@riseup.net
Destinatario: Info Riotlibro <info.riotlibro@anche.no>, Ondarossa
<ondarossa@ondarossa.info>, Info <info@solidarityapothecary.org>

Si da diffusione di questa iniziativa:

FUORILEGGE. Due giorni di discussioni contro la galera tra dentro e
fuori (Pisa, 23-24 maggio 2025)

FUORILEGGE
Due giorni di discussioni contro la galera tra dentro e fuori
Collegamenti dalle carceri e compagni da Grecia, Cile, Spagna e Messico

PROGRAMMA:

Venerdì 23 maggio a Palazzo Ricci (via collegio ricci 10 Pisa)
Ore 16:00 discussione a partire dal libro “Alcuni scritti su Kamina
Libre. Identità irriducibili di una lotta lotta anticarceraria”

Sabato 24 maggio al giardino del Polo Fibonacci (Via buonarroti 3, Pisa)
Ore 10:00 discussione a partire dalla mobilitazione in solidarietà allo
sciopero della fame di Alfredo Cospito
Ore 16:00 discussione a partire dal libro Adios Prision
Ore 20:00 cena veg con musica, a seguire concerti punk benefit
prigionieri

* * *

Introduzione all’iniziativa “FUORILEGGE.
Due giorni di discussioni contro la galera tra dentro e fuori“

Nella notte di mercoledì 13 aprile un’ondata di attacchi incendiari tra
Parigi e il sud della Francia colpisce la polizia penitenziaria e il
sistema che ruota attorno al carcere. Questa notizia da oltralpe arriva
a circa un mese dall’apertura del nuovo regime di isolamento, ispirato
al 41 bis italiano, da poco introdotto in Francia dal Ministro della
Giustizia Darmanin.

Mentre gli Stati si riarmano e serrano conseguentemente le loro fila sul
fronte interno, mentre le nuove svolte del capitalismo decretano la
riduzione progressiva dello stato sociale e della sua funzione di
recupero dei conflitti, la carcerazione assume ancor più un ruolo
fondamentale nella gestione di quelle “eccedenze umane”, per un motivo o
per un altro, ormai espulse dal ciclo produttivo e impossibili da
reintegrare. Le popolazioni devono essere tenute nell’ordine e nella
disciplina per obbligare ad accettare i costi, materiali ed etici, della
guerra e a renderle partecipi esse stesse del regolare funzionamento
della macchina bellica e statale. Lo Stato è guerra, ed è innanzitutto
in guerra contro i “propri” sfruttati. Gli individui inservibili alle
esigenze degli eserciti ed eccedenti rispetto alle richieste della
produzione vengono progressivamente tenuti sotto controllo tramite
l’alienazione virtuale, il ricatto economico, ma soprattutto tramite
l’aumento della forza coercitiva, da cui ad esempio il crescere costante
della popolazione carceraria detenuta. Qui si mostra la vera faccia del
carcere come parte integrante e fondamentale dei meccanismi di
oppressione e sfruttamento. L’esperienza della carcerazione in questa
società può diventare un’esperienza comune per ogni individuo, una
dimensione altamente probabile all’interno di una vita dalla cui miseria
non vi è alcuna via di uscita se non tentando la via dell’illegalità,
rischiando quindi di passare per “l’imprevisto della prigione”: questa
sofferenza senza assoluzioni può portare tanto all’autodistruzione
quanto alla strada della rivolta per chi non ha da perdere altro che le
proprie catene.
“Il carcere è l’espressione più brutale e immediata del potere e come il
potere va distrutto, non può essere progressivamente abolito. Chi pensa
di poterlo migliorare per poi distruggerlo ne rimane prigioniero per
sempre.”1

DENTRO E FUORI
A partire dai due testi Adíos Prisíon e Kamina Libre, nei quali si parla
di esperienze e visioni specifiche, vogliamo guardare ad un passato
recente e attualmente vivo, dove un dialogo a più voci racconta il
sentire che mantenne vivo lo spirito rivoltoso di prigionieri che da
dentro hanno lottato e lottano affinché in questa società non ci possa
essere posto per il carcere. Oggi, mentre gli Stati progettano un
orizzonte di “più carcere per sempre più persone” e dall’America latina
alla Grecia, passando per l’Italia e la Francia, tentano di seppellire
centinaia di compagni e compagne insieme alle loro esperienze di lotta,
crediamo che la risposta sia la moltiplicazione e diffusione
dell’attacco contro lo Stato e il Capitale non solo da un fronte, ma da
molti.

In questo senso il recupero delle esperienze passate, oltre che a farle
emergere dall’oblio in cui lo Stato le vuole seppellire, contribuisce a
mantenerle vive in una prospettiva di lotta insurrezionale, collocando
“il carcere all’interno di un tessuto relazionale organico”, non
considerandolo “come una cosa a sé, un’entità isolata slegata dal resto
del mondo, dalla società e da noi. Se lo vediamo solo come una fortezza
esso rimarrà inespugnabile. […] Il carcere è la struttura dove prende
corpo il concetto di pena, è l’architetto che lo progetta, è l’azienda
che lo costruisce, è la legge che lo ratifica, è il tribunale che lo
introduce, è il carabiniere che ti ci conduce, è il secondino che ti
sorveglia, è il prete che vi tiene messa, è lo psicologo che vi presta
la propria opera. È questo e altro ancora. È l’azienda che sfrutta il
lavoro dei detenuti. È quella che si arricchisce fornendo il rancio, le
suppellettili, le attrezzature di controllo, i beni “voluttuari” che i
prigionieri possono acquistare a carissimo prezzo, magari facendo lavori
che hanno lo scopo di reinserirli nella società dei servi e dei padroni.
Il carcere è anche il professore che lo giustifica, è il riformatore che
lo vuole più umano, è il giornalista che ne tace le condizioni, è il
cittadino che lo ignora o lo teme.”2
La lotta anticarceraria, non relegabile all’ambito tecnico, giuridico,
assistenzialista o vittimistico va affrontata complessivamente. Per
questo è necessario interrogarsi su come dar luogo e alimentare un
conflitto permanente contro le strutture del dominio affinché la
repressione non abbia la forza e la possibilità di isolare e annichilire
chiunque non rinunci a tenere la testa alta, a sostenere l’esigenza
delle idee e delle azioni contro il potere.

Lo sciopero della fame intrapreso da Alfredo Cospito, durato 6 mesi, per
l’abolizione del regime 41 bis per tutti/e i/le detenuti/e contro
l’ergastolo ostativo è stato sostenuto da un movimento di solidarietà
internazionale e di azione diretta ed ha evidenziato come partendo dall’
istanza specifica “Fuori Alfredo dal 41 bis” fosse possibile affrontare
un dibattito e creare delle crepe, sul 41 bis e il carcere duro, apice
del sistema repressivo, questo nonostante viviamo in tempi di elogio del
disimpegno, di smobilitazione permanente, di rassegnazione imperante.
L’ attacco ad Alfredo è stato un monito da parte dello Stato nei
confronti di chi persevera nel sostenere le idee e le pratiche
rivoluzionarie, quello Stato che deve cancellare tanto la possibilità
quanto la memoria della lotta armata in questo paese, di cui l’azione
contro Adinolfi, rivendicata da Alfredo in tribunale a Genova, è una
delle più recenti testimonianze. Riparlare oggi dello sciopero della
fame di Alfredo e la mobilitazione in sua solidarietà, partendo da
riflessioni e critiche, che vada oltre ad un dibattito più ampio sul 41
bis e sulla repressione in Italia, è necessario per riflettere su un
dato di realtà , per quanto insufficiente a mettere in seria difficoltà
il sistema repressivo, hanno certamente alimentato delle scintille non
proprio ordinarie, da cui sarebbe auspicabile trarre insegnamento e
stimolo per la realizzazione di una progettualità che vada oltre
l’emergenzialità del momento e la parzialità delle rivendicazioni. I
limiti e le criticità di quella mobilitazione non possono essere messi
all’angolo. Con la fine dello sciopero di Alfredo, si è praticamente
fermata lasciando immutata la condizione in totale isolamento senza che
niente impedisca allo Stato di prendersi le proprie vendette su questo
compagno, come dimostrano anche i recenti aggiornamenti sulla sua
prigionia. Il ritorno del graduato del GOM, precedentemente trasferito
per il suo coinvolgimento nello “scandalo intercettazioni”, alla
direzione della sezione 41bis del carcere di Bancali ha portato con sé
un ulteriore inasprimento delle condizioni già dure in questo regime.

Tornare a riflettere sulle lotte contro il sistema-carcere tra dentro e
fuori è quindi necessario affinché le esperienze raccontate in Adíos
Prisíon e Kamina Libre possano diventare uno strumento per l’azione nel
presente.

1 Alfredo M. Bonanno, Chiusi a chiave. Una riflessione sul carcere
2 Alfredo M. Bonanno, Chiusi a chiave. Una riflessione sul carcere

* * *

Introduzione al libro “Alcuni scritti su Kamina Libre. Identità
irriducibili di una lotta lotta anticarceraria”

Nel 1994 in Cile veniva inaugurato il nuovo Carcere di Alta Sicurezza
(CAS). In questo nuovo carcere il sistema democratico introduceva misure
inedite nel paese anche ai tempi della dittatura, queste misure
riguardavano il controllo, l’isolamento e la sorveglianza dei detenuti
ed erano utilizzate per i membri delle organizzazioni politico-militari
esistenti in Cile. In questo nuovo CAS, che nel momento di picco ha
superato i 90 detenuti, dal 1995, su iniziativa di un gruppo di
prigionieri in rottura con il MAPU-LAUTARO, un’organizzazione armata
marxista-leninista, iniziò a formarsi quello che poi successivamente
sarebbe stato il Kolektivo Kamina Libre. Questi compagni iniziarono così
ad organizzarsi nel CAS, dal 1996 lo fecero tra l’altro anche attraverso
la pubblicazione “Libelo”, a cui poi negli anni ne sarebbero seguite
altre come “Konciencialerta” e “T.I.R.O.” (Trasgressione Insurrezionale
Radicale Organizzata). Questi strumenti furono fondamentali per far sì
che il messaggio dei prigionieri si estendesse al di fuori delle mura
del CAS. Dalla metà degli anni Novanta iniziava così a prendere forma il
Kolektivo Kamina Libre che si dichiarava come autonomo, insurrezionale,
controculturale e di resistenza offensiva per continuare a lottare, da
dentro, anche dopo la “transizione democratica” del capitale al fine di
ottenere un chiaro obbiettivo: il ritorno in strada di tutti i suoi
membri. Obbiettivo raggiunto poi nel 2003. Le posizioni del Kolektivo
mettevano al centro l’importanza della conflittualità permanente con il
potere, in una fase in cui le altre organizzazioni armate deponevano le
armi. Questo scontro si rafforzo all’interno delle carceri: “Rivolte e
scioperi della fame hanno costituito per diversi anni il tono delle
mobilitazioni interne al carcere, generando dinamismo in termini di
approcci e iniziative e realizzando, d’altra parte, conquiste
all’interno del carcere, che si sono concluse con la liberazione di
tutti i membri di Kamina Libre. Questa posizione riflette il ruolo
indispensabile che i prigionieri svolgono nella lotta per la loro
libertà, una posizione che era anche in piena sintonia con l’attività
degli antiautoritari e delle lotte nelle strade, dando vita ad una
solidarietà combattiva lontana dall’assistenzialismo e dal vittimismo
così ricorrenti oggi. Non hanno aspettato che persone più o meno
coscienti si mobilitassero per loro, ma hanno capito che la propria
libertà dipendeva principalmente da loro stessi, per questo hanno
utilizzato il proprio corpo come strumento di lotta durante le dure
giornate degli scioperi.”1 A partire dall’esperienza di Kamina Libre in
Cile, oltre che rilanciare la solidarietà al compagno Marcelo Villarroel
ancora oggi prigioniero nelle carceri del nuovo Cile democratico, ci
piacerebbe riflettere su come da fuori si stato fondamentale un sostegno
a chi da dentro per primo aveva deciso di intraprendere una lotta
mettendo in gioco tutto se stesso e su come una lotta partita
dall’interno di un Carcere di Alta Sicurezza si sia estesa poi a tutta
la società fino a ottenere il ritorno in strada dei membri del
Kolektivo.

1 Francisco Solar, l’importanza di Kamina Libre oggi

* * *

Introduzione al libro “Adiós Prisión. Il racconto delle fughe più
spettacolari”

A partire dal 1989, con una circolare, fu introdotta nelle carceri
spagnole una nuova sezione per i detenuti, nota come FIES (Fichero de
Internos de Especial Seguimiento). Seppur questo nuovo regime detentivo
venne regolamentato solo otto anni dopo la sua comparsa, sin dall’inizio
si contraddistinse per i trattamenti particolarmente duri.

Inizialmente le sezioni FIES furono usate per rinchiudere membri di
bande armate, ma poco dopo vennero estesi a tutti quei detenuti
ostinatamente refrattari all’autorità, ai detenuti conflittuali che con
continue rivolte, incendi di sezioni o evasioni danneggiavano non solo
le strutture ma la reputazione stessa dell’amministrazione carceraria.
Fu così che il governo socialista, allora al potere, decise di
introdurre questo regime detentivo speciale.

“Ai mezzi di comunicazione, prostituiti al potere, venne impartita una
direttiva secondo la quale dovevano omettere tutto quanto accadeva nelle
carceri spagnole contro di noi, mostrandoci come psicopatici, con il
chiaro intento di far accettare quei metodi all’opinione pubblica.
Stavano facendo di tutto per frenare le denunce dei detenuti, per
distruggere l’associazione APRER e restaurare l’ordine e la disciplina
nelle carceri, attraverso il terrorismo carcerario. Quei metodi erano
già stati utilizzati in passato con la COPEL. Si trattava di mettere in
atto una forte pressione finalizzata all’annientamento della mente del
recluso e a demolire lo spirito rivendicativo dello stesso, bombardando
quotidianamente il suo sistema nervoso, fino a ottenere la sua
definitiva resa.”
Huye Hombre Huye, X. Tarrío

Quello sperimentato in queste sezioni è il risultato del parossismo
della punizione, il cui vero nome è tortura perché la volontà che c’è
dietro è l’isolamento totale e l’annichilimento assoluto degli
individui, sia psicologicamente che fisicamente. Si trovarono costretti
ventitré ore al giorno in celle senza letto perché materassi e coperte
venivano sequestrati ogni mattina e riconsegnati la sera, senza
comunicazione con l’esterno perché ogni visita di parenti, amici o
avvocati era negata, picchiati e ammanettati per giorni alle sbarre ad
ogni minimo accenno di protesta. Tutto questo accadeva (così come accade
oggi) non solo per mano diretta degli aguzzini carcerieri ma anche
grazie all’ausilio dei medici del carcere, che inducevano, se non
costringevano i detenuti ad assumere tranquillanti o psicofarmaci, con
la volontà di avvelenarli e sedarli. Meccanismi che mirano a rendere
ogni momento dell’esistenza in carcere una punizione senza fine, se non
quella della tortura nuda e cruda.

Il FIES non è l’eccezione, all’interno della società spagnola, ma il
riflesso più miseramente autentico della morale di Stato, in cui il
carcere rappresenta la soluzione alle contraddizioni intrinseche di
questa organizzazione sociale. La morale di Stato, quella che “ogni
libero cittadino” fa propria si manifesta nella codardia e nel cinismo
del potere in maniera incondizionata proprio nelle carceri; tutto ciò
accade anche grazie a quei “mercenari dell’amministrazione
penitenziaria” non rappresentati solo da carcerieri, ispettori,
“garanti” dei detenuti, ma anche da medici, psichiatri, assistenti
sociali, etc. che ne permettono il funzionamento e la normalizzazione
all’interno e all’esterno delle squallide mura carcerarie. Un
corrispettivo italiano del FIES spagnolo può essere considerato il 41
Bis: il regime di carcerazione voluto dall’infame generale Dalla Chiesa
all’epoca della lotta portata avanti dallo Stato italiano contro le
organizzazioni mafiose; fu usato poi per i membri di organizzazioni
rivoluzionarie e da qualche anno le sue tenaglie si sono estese anche
agli anarchici, come è successo al compagno Alfredo Cospito, che
attualmente è ancora in totale isolamento.

Il libro Adíos Prisíon nasce con l’intento di informare e denunciare
sulle condizioni detentive del FIES, per far prendere coscienza a chi
stava fuori sulla reale condizione dei reclusi, per incitare alle
proteste, alla ribellione, all’evasione. Uno degli obiettivi era rompere
l’isolamento in cui volevano rinchiuderli e affermare la voglia di
lottare anche nelle più dure condizioni per non rendere il carcere
totalizzante sulla volontà degli individui, di attaccarlo per ribadire
sempre il proprio irrinunciabile desiderio di libertà.

Adíos Prisíon, in questo senso, non racconta singoli episodi di lotta e
fuga dalle carceri, sono le esperienze stesse a parlare in un racconto
corale scritto da detenuti sottoposti al FIES.

Il libro fu elaborato clandestinamente nel carcere di El Dueso e fu
subito vietata la diffusione perché “istigava all’evasione”, ma questa
censura non impedì al libro di circolare da cella a cella e da carcere a
carcere, a dimostrare ancora una volta quanto siano scalfibili quelle
mura. Questa serie di racconti non è scritta con l’idea di fantasticare
su imprese di individui straordinari, alimentando un immaginario
avventuroso che metterebbe sullo stesso piano un film d’azione con un
tentativo di evasione nella realtà. Ciò che è fondamentale e che si
mette in luce è una tensione costante verso la vita e il desiderio di
libertà che nessun buio di una cella può oscurare, che la dignità per
quanto offesa o fiaccata non è qualcosa da negoziare, che nonostante le
avversità e le torture si continua a lottare insieme ai propri complici.
Questi racconti sono esperienze di sfide al potere costituito, ma anche
a tutti coloro che ritengono il carcere la soluzione alle contraddizioni
sociali generate da questo sistema ingiusto.

A partire da questa presentazione ci piacerebbe confrontarci sul tema
dell’evasione non solo rispetto al suo portato nella quotidianità
carceraria, ma anche alle condizioni in cui chi evade si trova, una
volta uscito da quella monotona esistenza ed entrato nell’imprevedibile
stato della latitanza. In tutto ciò resta fondamentale il contributo di
chi, fuori dal carcere, sostiene i detenuti e i loro percorsi di lotta
nel tentativo di estendere la loro rivolta al di fuori delle mura,
contro tutti i dispositivi di controllo e repressione di cui questa
società dispone

https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/05/17/fuorilegge-due-giorni-di-di...

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