
COMUNICATO
Da qualche giorno il nostro compagno Tarek si è cucito la bocca per
reagire ai soprusi che sta ricevendo nel carcere di Pescara.
Per venerdì 20 febbraio è stato chiamato un nuovo presidio davanti al
Carcere di Pescara per sostenere la lotta di Tarek e tutti i detenuti,
in continuità con i diversi presidi che ci saranno davanti alle carceri
di Melfi, Ferrara e Terni, e davanti ai tribunali di Campobasso e Torino.
Tarek è detenuto dal 5 ottobre 2024, giornata in cui migliaia di persone
sono scese in piazza a Porta San Paolo, a Roma, in solidarietà con la
Palestina, sfidando il divieto del governo per quella manifestazione e
le sperimentazioni di quello che è poi diventato il primo decreto
sicurezza di questo governo.
Diversi mesi fa, è stato trasferito dal carcere romano di Regina Coeli,
assieme a decine di altr3 detenut3, all'improvviso e senza avvisare le
persone a lui vicino, neanche l'avvocato che è venuto a saperlo tentando
di contattarlo.
Da quando è a Pescara, Tarek ha perso quel poco di relazioni che si
creano durante la detenzione, non ha potuto portare diverse cose che
aveva, gli è stata vietata la possibilità di avere colloqui e impedito
la consegna di pacchi, negandogli addirittura la solidarietà di qualche
calzino e vestito . Inoltre, la struttura è stata problematica
impedendogli anche di partecipare alle udienze che lo riguardano: in
continuità con la strategia di isolamento propria della detenzione gli è
stato permesso di partecipare alle udienze solo in collegamento video,
nel giorno dell'udienza mancava addirittura la luce. Siamo consapevoli
che nelle altre carceri la situazione non sia tanto migliore, per
condizioni strutturali e sovraffollamento, ma l'approccio portato avanti
nel carcere di Pescara è particolarmente punitivo.
Tarek ha usato il proprio corpo come strumento di lotta. Per molte
persone in detenzione, nelle carceri come nei CPR, il corpo resta ciò di
cui non si può essere privati e permette di urlare fuori dalle mura la
violenza che si consuma dentro.
Ma se un corpo può gridare fino a spezzarsi, l’incidenza sul reale —
quella che sfonda il muro e trasforma una singola denuncia in forza
collettiva — può amplificarsi quando, fuori, ci sono persone che si
organizzano, capaci di raccogliere quel gesto, sottrarlo all’isolamento
imposto e restituirlo alla lotta comune contro quel sistema carcerario
che punisce e reprime, che vorrebbe relegare al silenzio. Nelle carceri
ci sono persone, in carne ed ossa, che subiscono repressioni di ogni
tipo e in ogni forma possibile.
Perché ciò che Tarek ci sta urlando dal carcere di San Donato non resti
sepolto tra le mura di cemento, è necessario rispondere con una
mobilitazione collettiva per dargli solidarietà materiale e forza politica.
A pochi giorni dall'approvazione del DDL Romeo come testo base per la
discussione parlamentare, ci apprestiamo ad uno scenario in cui la
solidarietà per la popolazione palestinese sarà un crimine, la realtà è
che governo e opposizioni sono perfettamente allineate con la
repressione di chi
In questi due anni c'è chi ha riempito le piazze di questo paese,
bloccato porti, strade e fabbriche, ostacolato come possibile la
macchina genocidiaria che parte da paesi come l'Italia.
La Palestina insegna, non lasciamo da sol3 l3 attivist3 palestinesi e
solidali colpit3 dalla repressione!
Sappiamo che c'è un movimento di persone che a tutto questo si oppone, a
loro è rivolto l'invito per il presidio di venerdì 20 febbraio.
La solidarietà è un'arma, usiamola!
Con Tarek, Anan, Hannoun, Dawoud, Ahmad.
Per la Palestina libera dal fiume fino al mare.